Dopo Pathways e Don’t Look Back, ritorna Terry Cavanagh con un nuovo e avvincente esperimento di narrativa videoludica: Judith. Con l’aiuto di Stephen Lavelle, il buon Terry questa volta ci mette a disposizione un labirinto tridimensionale ricco di porte e segreti, nel quale è impossibile sia perdersi sia rimanere indifferenti di fronte alle manciate di pixel di cui sono composti i protagonisti della vicenda e i vari elementi di gioco.
Judith è l’ennesimo esempio di come basti veramente poco per creare una storia avvincente dalla quale risulti immediatamente impossibile staccarsi, come un buon giallo o un thriller. L’uso, poi, di effetti sonori non-8bit su una grafica che invece è la quintessenza della pixelart (tipico dell’autore) crea un effetto incredibilmente coinvolgente, una marcia in più all’atmosfera di gioco tanto che il consiglio è quello di giocare muniti di un bel paio di cuffie.
Ci sono però alcuni elementi che, personalmente, m’hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca (ma non leggete se non l’avete ancora provato!). “Judith is a game about control”, scrive Terry (non aggiungendo altro) per presentare il gioco. M’è parso quindi strano che determinati passaggi non possano essere gestiti dal giocatore, potendovi solo assistere passivamente. Forse quel che Terry vuol dirci è che ci sono azioni che l’uomo, in determinati stati psicologici, compie in maniera automatica, non sotto il suo controllo? Sarà , ma quelle nel gioco non mi paiono poter appartenere a quella rosa, e comunque (non so voi) io avrei preferito farle da me.
Altra nota debole è il finale. Dopo i primi passaggi si inizia a entrare nel mood porta-segreto-ritorno ed è un crescendo di tensione: c’è un uomo che sembra gentile e premuroso che in realtà nasconde indicibili segreti. Il minimo che possiamo fare è scoprirli tutti rincorrendo (in maniera più o meno platonica) la nostra amata. Poi arriva la scena madre: Judith è serrata dietro la porta che nasconde l’ultimo segreto quando ci sono altre porte rimaste ancora ben chiuse. Cosa nascondono? Beh, non lo sapremo mai. E qual è il segreto più remoto? Solo Judith, forse, lo sa. Al giocatore-spettatore-lettore non è dato saperlo. Ora si potrebbe argomentare all’infinito intorno alla visione dell’autore su cosa quell’opera debba trasmettere e cosa no, e quanto questo modo di fare sia tipico di Cavanagh… ma io lo voglio sapere!

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