Alzi la mano chi non ha sognato almeno una volta di trovare in giardino o nella vecchia cassapanca della nonna un uovo di drago. Ora la alzi chi l’ha trovato per davvero… no, non valgono le uova di quaglia, e neanche le vecchie biscottiere di coccio. Intendo un uovo vero, bello grosso, magari un po’ fumante, da stringere al cuoricino in attesa che si schiuda. Già , e poi? Cosa farne del neonato scaglioso? Quale pappa gli sarà più adatta? E un lui o una lei? Quando vola? Sputa fuoco o ghiaccio? Vi vedo che abbassate le mani, ma tranquilli: anch’io alla fine l’ho gettato nel water.
C’è però qualcuno che è andato oltre, arrivando a codificare una vera e propria guida sull’allevamento dei rettili fatati. Costui è il mitico Gregory Weir, che finalmente ritorna con un titolo degno di quel The Majesty of Colors (di cui tanto hanno parlato in molti), intitolato How to Raise a Dragon. Un po’ Spore, un po’ Tamagotchi, nel gioco ci si mette davanti un uovo di drago da far schiudere agitandolo con le frecce direzionali. La sparuta lucertolina andrà poi accudita nutrendola con particolari cibi che ne influenzeranno il colore da cucciolo e i poteri da adolescente. Una volta maturo, il bestio sarà pronto per lo sterminio di villaggi e foreste piuttosto che per il ritiro su un monte ai confini del mondo. Conclusa la parabola del drago, ecco l’Eroe incamminarsi verso la bestia, destinato a combatterla o (nella migliore tradizione dei finali alternativi) corromperla o farsela amica.
How to Raise a Dragon si inserisce felicemente nel filone degli “esperimenti narrativi” che abbiamo tanto apprezzato in Today I Die, Passage o nel già citato The Majesty of Colors. Fa inoltre piacere notare come Gregory Weir sia ben conscio del comprensibile possibile calo di interesse nel dover ricominciare da capo un gioco (per quanto breve) per poter godere dei finali alternativi; consapevolezza concretizzata nel menù che appare una volta finita l’avventura per la prima volta, mediante il quale si può incominciare una nuova partita decidendo da quale “fase” partire. Ben fatto Greg, continua così.

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