I videogiochi sono arte? Risponde Jon Blow

270609-blowCi risiamo: l’annoso dibattito dei videogiochi come opera d’arte si riaccende. Nelle ultime ore, il blog di informazione Press Pause to Reflect ha intervistato Jonathan Blow, autore del mai troppo osannato Braid, sulla game industry, sull’arte e sui giochi indipendenti. Dopo aver lodato brevemente l’opportunità data agli sviluppatori da servizi di digital delivery come Steam e XBLA, Blow deve rispondere (probabilmente per la miliardesima volta) alla domanda “cosa deve avere un gioco per essere considerato un’opera d’arte?”.

“Ciò di cui c’è bisogno affinché questo accada è un lavoro più serio da parte degli sviluppatori. Gli apprezzamenti arriveranno in maniera naturale ma, per ora, siamo ancora indietro. Gran parte di ciò che l’industria realizza si basa sul compiacimento e sull’infantilismo. Se una buona fetta di noi sviluppatori la smettesse di seguire questa strada, si accorgerebbe che una buona fetta d’utenza comincerebbe a prenderla molto più seriamente.”

Ma la risposta più interessante riguarda il modo in cui l’interattività possa alterare la forma della narrazione. Blow afferma che non è corretto dire che la narrazione ‘cambia’ nel passaggio da un medium all’altro, poiché non sempre questi sono collegati in maniera tanto stretta. Se è vero che ci sono delle cose in comune, ogni medium gode di una serie di personalissime caratteristiche comunicative che non possono essere facilmente riassunte.

Nel frattempo, Blow sta lavorando a ben quattro prototipi di gameplay, sebbene sia ancora indeciso su quale portare avanti per realizzare il suo prossimo gioco. Una cosa è certa: qualunque sia, l’opera che seguirà Braid dovrà farsi carico di enormi responsabilità e aspettative. Stay tuned!

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