Dopo Michael Todd con Broken Brothers, è arrivato il turno del nostro Paolo Pedercini di dire la sua sul “bare minimum”, il tema dell’Experimental Gameplay Project di questo mese. Molto semplicemente non credo che Gabler e soci possano aver mai pensato a qualcosa di così minimo, anzi minimalista. O sarebbe meglio dire futurista con “un’ossessione per la filosofia post-strutturalista francese”. ERGON/LOGOS è, per felice definizione del suo autore, un “meta-platform basato su un flusso di coscienza”.
“A voice comes to one in the dark. Imagine.”, così Samuel Beckett iniziava Company, uno dei suoi ultimi romanzi, e c’è un motivo per cui è considerato uno degli incipit più potenti della storia della letteratura. Non è importante chi sia il protagonista, che volto abbia o quale superpotere, semplicemente c’è qualcuno nell’oscurità a cui giunge una voce, e noi dobbiamo immaginarlo. Lo stesso vale per “I am an hero”: in una profonda oscurità , che poi è il buio della mente conseguente alla mancanza di immagini, qualcuno ci chiama, dichiara di essere un eroe, “il nostro eroe”, in partenza per la sua epopea fatta di scelte, salti, cadute, amori, dolori e morte. Ogni elemento, ogni bivio, percorso od ostacolo nell’universo-pagina di Pedercini ricorda il modo di “sviluppare” che i futuristi adoperavano per le loro tavole parolibere, dove con le sole parole stampate immobili su carta si pretendeva di trasmettere l’esplosione di una bomba o il volo di un aereoplano. In ERGON/LOGOS questo stesso procedimento definisce invece i bordi di una piattaforma, la profondità di una trappola o il tipo di morte. Già , perché inevitabilmente si deve finire in qualche modo. Io sono diventato diisslexsico.


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