Ogni tanto sembra che non tutti i nostri connazionali all’estero siano occasione per arrecare danno alla nostra immagine e alla nostra provenienza geografica. L’incontro alla GDC tenuto nella giornata di ieri da Paolo Pedercini è anzi stato, senza dubbio, uno dei più interessanti e rilevanti di tutto l’evento. E il papà di Molleindustria, noto per i suoi veri e propri videogiochi satirici, che spaziano in argomenti quali la reazione della Chiesa in risposta alle accuse di molestie o l’alienazione e l’annullamento nella vita lavorativa di tutti i giorni (con lo splendido Every Day The Same Dream), non poteva che parlare di responsabilità dell’intero medium; di responsabilità critica e di denuncia, che può e deve essere allo stesso livello delle altre forme d’espressione come il cinema. L’obiettivo è utilizzare il videogioco come portatore di idee e spunti di riflessione, ed esaminare la relazione tra ideologie e divertimento.
Come chiunque abbia provato Operation Pedopriest o McDonald’s Videogame saprà bene, lo scopo principale di ogni titolo di Pedercini è rappresentare un particolare sistema o situazione e dare la possibilità al giocatore di agire moralmente nel male (quindi talvolta secondo le regole del sistema) senza essere punito in alcun modo. “Dovremmo provare a fornire la documentazione e le note di riferimento necessarie”, dice Paolo, “per giustificare, o almeno spiegare, il motivo delle scelte di design che abbiamo fatto”. Certamente vero: questo aiuterebbe senz’altro chi, in una visione del videogioco ancora salda a quella di divertimento e svago disimpegnato, non fosse a conoscenza di un ben diverso e più maturo approccio allo stesso.
Il discorso si sposta poi da quello satirico a un altro linguaggio d’espressione che ha riscosso notevole successo nel mondo del cinema: quello giornalistico/documentaristico. “Dovremmo cercare di essere il più possibile obiettivi, oppure cercare di essere certi che il pubblico noti qualcosa che consideriamo importante?”. Prendendo in esame l’aggressivo quanto interessante metodo di Michael Moore, Paolo Pedercini evidenzia il modo in cui, efficacemente, il regista americano riesca a comunicare allo spettatore i messaggi più cruciali, fornendo anche, allo stesso tempo, un certo tipo di distacco.
Prima che il termine di “art game” fosse così largamente diffuso, aggiunge, il videogioco ha cercato di addentrarsi in tematiche di interesse sociale piuttosto timidamente. Decisamente al contrario di Paolo che, come lui stesso dice, preferisce andare giù pesante piuttosto che limitarsi ad essere leggerino, rispettando così la sua visone di videogioco quale importante (e potente) veicolo di critica e attivismo mediatico.


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