Può un gioco essere perfetto nella sua semplicità? La mia risposta, dopo aver giocato a Thomas Was Alone, è evidentemente positiva. In questo titolo la semplicità non è solo una conseguenza del budget, ma anche una vera e propria scelta ponderata. Ogni cosa è semplice e minimalista perché è così che deve essere: via tutti gli effetti particellari inutili, via le animazioni complesse, via gli sfondi iperdettagliati, via l’interfaccia. Eppure, nonostante ciò, tutto è dove deve essere, tutto appare come deve apparire, tutto mostra quello che deve mostrare, tutto comunica quello che deve comunicare.
Perché utilizzare effetti grafici estasianti, quando una manciata di semplici pixel possono rendere l’idea? L’unica eccezione è rappresentata dall’acqua, che viene mostrata con effetti più realistici: poca coerenza dite? Ebbene no, l’acqua è infatti l’unico vero ostacolo e “nemico” che si incontra nel gioco, ed è per questo che viene raffigurata in modo diverso in un mondo altrimenti semplice e geometrico.
Questo mondo di gioco è creato ad arte: basta guardare qualche screenshot per notare l’assoluta bellezza di questo titolo: gli sfondi, i colori contrastanti, le minimalistiche animazioni di salto dei piccoli quadrilateri. C’è un qualcosa di magico in tutto ciò. Non sono un super esperto di arte, ma il gioco in questione mi ha ricordato un’unione azzeccata tra la varietà di Kandinsky e la geometricità colorata di Mondriaan.
Nella sua semplicità, dunque, Thomas Was Alone è perfetto. Il suo minimalismo non è una conseguenza, ma un obiettivo. Un enorme applauso allo sviluppatore Mike Bithell peer essere riuscito in un compito così complesso.
La mia recensione potrebbe fermarsi qui, concludendosi con un invito a comprare immediatamente il gioco. Non sarebbe del tutto professionale però: andrò dunque a parlarvi del tutto più nel dettaglio.
Thomas è un’IA, rappresentata da un piccolo rettangolo rosso. Presa coscienza, si ritrova in un mondo geometrico che sembra metterlo alla prova in maniera graduale, e dove dei portali gli permettono di viaggiare nello spazio. A differenza dei protagonisti di tanti altri giochi, Thomas non ha super poteri o abilità fuori dal comune. È tuttavia in grado di saltare e ha un’ottimo spirito di osservazione: nel suo viaggio, non esita a prendere mentalmente nota di ciò che incontra.
È solo, come suggerisce il titolo, ma non lo rimane per molto, dato che dopo alcuni portali Thomas si imbatte in un quadratino arancione, Chris, che sembra oltremodo scocciato di dover condividere lo spazio con un compagno così chiacchierone e sicuro di sé.
Raggiunto un ostacolo, Thomas si accorge che il piccolo Chris non è molto atletico e non riesce a saltare molto in alto. Gli permette così di saltargli in testa per superare l’insormontabile difficoltà. Quello che Chris non ha in agilità, però, ha in minutezza: essendo infatti molto piccolo, è in grado di intrufolarsi in condotti troppo stretti per Thomas. Questa è l’interazione che si viene a instaurare tra i due. Il giocatore prende il controllo di un personaggio per volta, cercando il modo di portare entrambi al rispettivo portale.
Chris non è però che uno di una lunga serie di compagni che accompagneranno Thomas nel corso del suo viaggio: ognuno di essi ha una propria forma, un proprio colore e una propria “abilità”, che sia il doppio salto, la possibilità di galleggiare in acqua, o altro ancora di cui non vi anticipo nulla. Riuscire a gestire pregi e difetti di tutti i personaggi non è affatto una bazzecola, sebbene i livelli non presentino un livello di sfida elevato.
La curva di apprendimento è infatti molto poco ripida, e permette di capire alla perfezione ogni meccanismo e ogni abilità prima che venga introdotto un nuovo personaggio. E quando, più avanti nei livelli, le cose iniziano a farsi ripetitive, ecco che improvvisamente viene introdotta una meccanica nuova, di cui non vi anticipo niente, che riprende e riutilizza le vecchie dinamiche in modo diverso e originale.
La particolarità di ognuno dei personaggi che si incontrano è la loro personalità, non tanto la loro forma o abilità. Che ci crediate o no, ogni piccolo quadrilatero possiede un carisma e una personalità in grado di radere al suolo la maggior parte dei personaggi incontrati nei videogiochi più conosciuti. Questi geometrici agglomerati di pixel sono in grado di pensare, ragionare, fare amicizia, provare compassione, rabbia, odio, felicità, e possono persino innamorarsi.
È quasi paradossale: più semplici sono rappresentati i protagonisti, più sembrano profondi, caratterizzati e “umani”. Non scherzo quando ammetto che mi sono affezionato moltissimo a ciascun membro di questa variopinta banda di quadrilateri, tanto che la tristezza percepita per la fine gioco è stata davvero immensa.
Eppure, a ben vedere, questi personaggi non aprono mai la bocca per parlare. Dopotutto, sono figure geometriche, non hanno una “bocca”. Ecco che entrano in gioco due dei più grandi pregi di questo titolo: la scrittura e il narratore.
Visto così dall’esterno, Thomas Was Alone sembra il classico gioco indie basato tutto sulla giocabilità. Niente di più sbagliato: TWA è infatti un titolo il cui gameplay passa quasi in secondo piano, di fronte ad una storia interessante e ad una narrazione sublime, bilanciata e brillante, a tratti divertente, a tratti malinconica. Le parole si formano automaticamente sotto al personaggio di turno, senza interrompere in alcun modo il flusso del gioco.
Se a questo aggiungete un narratore come Danny Wallace, il risultato non può essere che eccellente. Così come già successo in Bastion, l’intera storia viene narrata da un’unica persona, che propone di volta in volta il punto di vista dei numerosi personaggi, approfondendone via via il carattere e la personalità. Danny è in grado di avvolgere il giocatore con una voce profonda, azzeccata e convolgente, capace di attirare l’utente all’interno del mondo di gioco: è anche merito del suo ottimo lavoro se i protagonisti assumono così tanto carattere.
E come dimenticarsi della colonna sonora che accompagna il titolo, quel misto di pianoforte e musica 8 bit che si sposa alla perfezione con il minimalismo del titolo, donando un tocco ancora più magico? Il merito va a David Housden: la sua soundtrack (ascoltabile gratuitamente e acquistabile su Bandcamp) contribuisce a donare una grande atmosfera al titolo.
Thomas Was Alone qualche difettuccio ce l’ha: non è molto complesso, non è longevo (dura sulle 2/3 ore) e sono presenti rari casi di problemi con i comandi. Ma davvero, è come cercare l’ago in un pagliaio.
Ho adorato questo gioco. Dal primo all’ultimo secondo. Ho adorato lo stile minimalista, ho temuto per la sorte dei personaggi, ho riso come un matto alle citazioni, mi sono lasciato trasportare dalla voce del narratore, mi sono immerso nella musica. E non esagero quando dico che rappresenta una delle esperienze migliori provate quest’anno.
Fatevi un favore, correte su Desura e comprate questa perla.


Forum
Chat
Podcast


Leggi i 19 commenti a questo articolo




