Ernest Adams: passione e professionalità

Passione e professionalità sono due caratteristiche importanti per un lavoro creativo, ma qual è il loro rapporto? Questa è una questione che, per quanto possa essere considerata “banale” e “scontata”, è sempre stata, per me, fonte di disputa interiore. In un articolo su Gamasutra dello scorso ottobre, Ernest Adams mi ha fornito ulteriori spunti di riflessione al riguardo.

Ernest Adams

Adams è una delle fonti di studio più quotate dagli aspiranti game designer, dal momento che ha redatto, assieme ad Andrew Rollings, uno dei libri di game design più studiati da professionisti e non.

Però, stando al suo curriculum, sembra che non abbia mai partecipato attivamente a progetti indie (sebbene tenga spesso lezioni, abbia scritto moltissimo riguardo allo sviluppo in generale, e abbia fatto da giudice in occasione di qualche game jam). La domanda è: la discussione che segue, vale per uno sviluppatore indipendente? e se sì, quanto?

L’articolo si apre quasi con una stoccata: “la ‘passione’ è una scusa con la quale i datori di lavoro maltrattano i propri dipendenti”. Adams si è accorto di quanto sia una parola chiave strausata negli annunci lavorativi delle aziende, dove pare che si parta dal presupposto che il candidato ideale sia un giovane ragazzo single che, nel presente, non abbia alcun interesse a crearsi una famiglia né, magari, a prendersi un periodo di ferie.

Questa cosa mi ha fatto pensare a tutti quegli annunci di lavoro per tester che puntualmente, ogni anno, fioccano sui siti internet più disparati e che, puntualmente e affettuosamente, alcuni amici mi inoltrano cercando di venirmi incontro. Ogni volta, poi, andando a fare una ricerca su Google su questa o quell’azienda, si scoprono le cose lavorativamente più macabre per un giovane in cerca di un futuro.

Adams continua dicendo che la passione esprime un “desiderio ardente“, un’emozione non molto diversa dalla rabbia. È slegata dal talento ed è una cosa che non va “lasciata a sé stessa”. Soprattutto, non bisogna lasciare che sia l’unica forza motrice del nostro impegno lavorativo, dal momento che, essendo una cosa prettamente soggettiva, non è detto che ci faccia andare d’accordo con le altre persone con le quali abbiamo a che fare per motivi lavorativi. È qui che entrerebbe in gioco la professionalità.

Esempio di passione estrema (tratto da una tavola di Fabio Di Miceli)

Per lui “professionalità” significa, letteralmente, “conoscere il proprio lavoro, farlo bene ed esserne fieri, anche se poi non si comprerebbe il prodotto che si è contribuito a realizzare”, e ciò è legato a tre fattori:

  • Compiere un buon lavoro per il bene della propria azienda
  • Compiere un buon lavoro per il bene dei consumatori
  • Compiere un buon lavoro per il bene di sé stessi

D’accordo o meno, questa è una cosa con la quale sono entrato in contatto negli ultimi mesi. Nell’ultimo periodo ho risposto a qualche richiesta di aiuto sui forum della community di Adventure Game Studio. Partendo dal presupposto che tutte le mie collaborazioni sono state a titolo gratuito, ci sono stati momenti in cui avrei voluto dire la mia su qualcosa da cambiare nel prodotto finale, ma ho preferito evitare di intervenire se non interpellato, anche perché, dopotutto, avevo chiesto io di partecipare.

Così facendo mi sono trovato ad aver soddisfatto tutti e tre i fattori della “professionalità secondo Adams”. Avevo compiuto un buon lavoro per la persona a capo del progetto, che si è ritrovata soddisfatta con il proprio progetto portato a termine; per i consumatori, perché ho fatto del mio meglio per fornire un prodotto che fosse di loro gradimento; per me stesso, perché il prodotto è risultato gradevole anche grazie al mio aiuto (fondamentale o meno che fosse).

Insomma, ho dato dei bei colpi di frusta a quella che poteva essere la mia spocchia, concedendomi di imparare un sacco di cose. Chiaro è che lavorare a progetti propri e/o che si ama è senz’altro più divertente e stimolante, tuttavia credo che quelle con progetti altrui non siano esperienze di cui uno debba per forza fare a meno.

Adams, poi, porta sé stesso come esempio. Racconta di aver lavorato per anni a progetti legati allo sport, nonostante non gli fossero mai particolarmente piaciuti. La motivazione dietro questa scelta è che all’epoca rappresentava un passo avanti rispetto al proprio lavoro precedente. A lavoro con un buon team di un’azienda altrettanto buona, è riuscito ad esprimere il proprio talento nel migliore dei modi, nonostante avesse sostituito la professionalità alla passione.

Van Gogh non era così

Ovviamente non si tratta di due caratteristiche a compartimenti stagni: possono (e probabilmente è meglio se succede) anche lavorare assieme, entro certi limiti. Adams porta l’esempio di Van Gogh: la passione è stata ciò che gli ha permesso di continuare a vivere e dipingere quando nessuno voleva comprare i suoi quadri, ma è stata la professionalità, derivante dai suoi studi e dall’influenza degli altri autori, a farlo crescere come artista.

Questa è una cosa della quale mi sono accorto strada facendo nel corso, soprattutto, degli ultimi 5-6 anni. Come ho fatto? Scoprendo l’acqua calda: mettendomi progressivamente in gioco e individuando progressivamente (inutile dire che è un qualcosa di quotidiano) quali fossero le mie falle, grazie al confronto con realtà diverse e persone diverse, con competenze ben più alte delle mie.

Da dove vengo io si dice “nessuno nasce imparato” e, sebbene l’adolescente che è in me si sia rifiutato spesso di crederci, in passato, ora sta cominciando a capire che non è del tutto sbagliato come concetto, e cerca di ragionare di conseguenza.

Adams conclude con un’affermazione secondo la quale “la passione non è garanzia di talento né di competenza di base. Abilità, orgoglio, disciplina, integrità, dedizione, organizzazione, comunicazione e capacità relazionali sono molto più utili della passione, sia per un datore di lavoro che per voi”.

La “lista” può sembrare un po’ dura, e in effetti, personalmente, più che “orgoglio” avrei preferito leggere “dignità”, dal momento che l’orgoglio può spesso sfociare in qualcosa di negativo e controproducente (oltre al fatto che spesso è un termine che viene visto come negativo di per sé) ma, per il resto, tutte le sue considerazioni sono, per me, degni spunti di riflessione.

La mia personale conclusione è che, appunto, se riteniamo di avere del talento (o anche se cerchiamo risposte a riguardo), non dobbiamo lasciare che la passione ne prenda completo possesso, e ci conduca al lato oscuro della Forza. Potremmo fare molto meglio provando a coltivarlo in maniera critica, così da scoprirne quante più sfumature possibili. Un po’ come a dire “quando conoscerai tutte le regole saprai come sovvertirle”.

Voi cosa ne pensate, ci sono occasioni in cui ritenete che la passione (da non confondere con l’istinto) vinca sulla professionalità?

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