Intervista col gaijin: Davide Pasca (OYK Games)

Ecco la prima di una serie di interviste a sviluppatori italiani che vivono in Giappone.
art by @LennSan_ (lennsan.tumblr.com)
art by @LennSan_ (lennsan.tumblr.com)

Proprio in questi giorni si è tenuto a Chiba il Tokyo Game Show 2015, uno degli eventi consumer dedicati ai videogiochi più importanti al mondo. La fiera è focalizzata principalmente sul mercato orientale, ma per l’occasione abbiamo deciso di fare due chiacchiere con alcuni sviluppatori italiani che vivono in Giappone, per capire quali sono le sfide, le problematiche e le soddisfazioni di lavorare nel Paese del Sol Levante. La prima “intervista col gaijin” l’abbiamo fatta con Davide Pasca (@109mae), fondatore di OYK Games (Final Freeway 2R, Fractal Combat X).

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Davide Pasca (@109mae)

Quando ti sei trasferito in Giappone e come mai?

Come molti italiani al tempo, sono cresciuto a pane ed anime. Quindi c’è sempre stato un interesse di base. Realisticamente però, per sviluppare giochi, all’inizio mi sono orientato verso gli Stati Uniti, dove per un periodo avevo quasi dimenticato la passione per il Giappone, che al tempo sembrava inarrivabile.
Nel 1999 sono entrato in Squaresoft dove mi sono ritrovato in un ambiente, almeno in parte, giapponese, ed è stato a quel punto che ho cominciato a contemplare di nuovo la possibilità del Giappone come meta. Tutto sommato non era più così distante.

Quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato nei primi mesi?

La ditta che mi ha assunto inizialmente in Giappone nel 2001 (Arika), è stata molto accomodante. Mi hanno invitato una prima volta per vedere come fosse Tokyo, poi di nuovo per cercare un appartamento e in fine per l’ultimo viaggio e trasloco. Uno dei fondatori, col quale si è poi stabilita un’amicizia, al tempo già parlava un buon inglese. Lui mi ha aiutato fin dall’inizio a trasferirmi e ad interfacciarmi con il resto del team che parlava solo giapponese. La lingua ovviamente ha rappresentato un ostacolo sia sul lavoro che nella vita quotidiana, anche se spesso il poter comunicare è più una questione psicologica che linguistica.

Ecco, quanto ci hai messo a imparare il giapponese?

Dipende da cosa si intende per sapere il giapponese. Io sono partito a rilento. All’inizio il lavoro non richiedeva un particolare impegno di comunicazione in giapponese e la vita sociale era limitata. Ho frequentato una scuola serale per circa tre mesi di mia volontà, dopodiché ho studiato per conto mio. Ma un minimo di padronanza del linguaggio l’ho ottenuta solo quando ho cominciato a comunicare direttamente con gli altri colleghi e a frequentare persone con le quali non potevo parlare in inglese. Non ho una timeline di questo percorso. Il succo è che per imparare la lingua a livello colloquiale bisogna coltivare la vita sociale oltre a impegnarsi sui libri. Per eventualmente raggiungere un livello più avanzato, bisogna impegnarsi parecchio di più, sia attraverso lo studio formale, sia tenendosi al corrente con la cultura popolare del momento.

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Fractal Combat X

In cosa è diverso il mondo lavorativo giapponese da quello italiano?

Premesso che ho lavorato poco in Italia. Sicuramente in Giappone il lavoro è visto molto più come una seconda famiglia. Italia e Giappone sono simili nel fatto che il posto di lavoro permanente è un punto di arrivo. Il Giappone però è molto più collettivista. Per la mentalità comune, il bene della compagnia è il bene proprio, e i superiori sono visti come una sorta di grandi saggi che segnano il percorso per il futuro. In questo modo, rispetto agli USA, da un lato non si colgono tutti i frutti della competizione, dall’altro si è abbastanza sicuri di avere un certo livello di impegno e lealtà da parte degli impiegati.

Raccontami brevemente una tua giornata tipo a Tokyo.

Lavorando in maniera indipendente, la mia giornata da qualche anno a questa parte è abbastanza atipica. Gli orari dipendono da una fase casuale e possibilmente dal clima del momento. Ultimamente mi sveglio nel primo pomeriggio. Un paio di volte alla settimana esco a correre, poi doccia e tra una cosa e un’altra per le 15 o le 16 sono fuori casa. Mi dirigo verso uno degli Starbucks dalle mie parti e mi piazzo a lavorare lì per 3-4 ore abbastanza intense. Al ritorno faccio la spesa, mangio e comincio ad alternate film, telefilm e lavoro fino verso le 5/6 di mattina, quando vado a dormire.

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Final Freeway 2R

Eventi come BitSummit e meetup come Tokyo Indies danno l’impressione che la scena indipendente in Giappone stia cominciando a muoversi in maniera un po’ più attiva. Com’è il tuo rapporto con la community locale? Partecipi ad eventi?

Non partecipo a nessun evento locale. Forse dovrei, ma comunque sviluppo per il mercato internazionale. Quindi, a livello di business, non ho nessuna ragione particolare per battere il territorio.

Allora qual è il vantaggio maggiore di stare in Giappone?

La qualità della vita, almeno dal punto di vista di uno straniero con un buon lavoro. Il tasso di criminalità è praticamente nullo, i servizi sono eccellenti e i giapponesi sono mediamente persone molto cortesi. Non doversi fare il sangue amaro ogni giorno è qualcosa a cui non penso riuscirei a rinunciare.

Pensi mai alla possibilità di tornare in Italia?

In vacanza, magari in maniera più frequente nel futuro, ma non come base fissa.

Puoi dare qualche consiglio a chi vorrebbe trasferirsi e trovare alloggio e lavoro?

L’unico consiglio che posso dare è quello di prepararsi in modo da avere skill abbastanza appetibili da convincere un eventuale datore ad impegnarsi per sponsorizzare un visto di lavoro. Lanciarsi all’avventura senza un mestiere o una professione è una strada tutta in salita. Un’infarinatura di giapponese sarebbe anche utile, visto che l’inglese si parla molto poco da queste parti.

Giornalista freelance e geek a tempo pieno. Editor di Multiplayer.it. Paga l'affitto di casa scrivendo di videogiochi, ma la famiglia è convinta sia solo una copertura, e che in realtà venda CD masterizzati.
6 Commenti a questo post:

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  • Davide – Zhrack
    21 settembre 2015 at 11:15

    Ottimo articolo! Attendo i prossimi, molto interessanti! In futuro ci saranno anche per italiani in altre parti del mondo?

  • Gionathan – Neutronized
    21 settembre 2015 at 14:29

    Aver lavorato sia negli USA che in Giappone suona come l’apice a cui ogni game dev possa ambire. Final Freeway 2R è uno dei miei giochi mobile preferiti, sarebbe bello conoscere qualche trivia sul suo sviluppo prima o poi.

  • Davide Pasca
    21 settembre 2015 at 17:58

    Grazie Gionathan !

    Su FF posso dire che la primissima versione era una demo fatta in Java per il web nel 2000 ( https://code.google.com/p/javakazrace/ ).
    Al tempo vivevo in Huntington Beach. Sono uscito di casa con macchinetta digitale (risoluzione VGA) ed ho fatto varie foto all’ambiente da usare nel gioco.
    Stesso con i modellini delle macchine. Mentre per la targa, ho fatto la foto alla targa della mia macchina e poi modificato la sigla via cut & paste con Paint Shop Pro.

    In FF per iPhone invece era un mix di foto di modellini, rendering di oggetti 3D acquistati in blocco e ritagli di immagini stock.. urgh !

    Per FF2, per fortuna Giuseppe Longo s’e’ preso cura della grafica.
    Un ricordo intenso per me e’ stato implementare il sistema di bivi… il sistema di piste, essendo molto poco ortodosso, proprio non si prestava a modifiche del genere.

  • Gionathan – Neutronized
    22 settembre 2015 at 16:16

    Interessante! Non immaginavo esistesse anche una version browser x)

    Su FF2 mi ha colpito molto la presenza dell’auto rivale ed i vari mugshot dei piloti ad ogni sorpasso, dettagli rari che rendono un gioco speciale.

  • Manimal
    23 settembre 2015 at 20:32

    Bellissimo articolo!spero vivamente ne pubblichiate altri perchè sono molto interessanti 🙂

  • Intervista col gaijin: Max Puliero
    28 dicembre 2015 at 17:58

    […] Intervista col gaijin: Davide Pasca (OYK Games) […]