Intervista a Marco Mazzaglia

Una chiacchierata con Marco Mazzaglia di T-Union, sulla scena dei videogiochi in Italia.

Durante l’appuntamento dell’Udine 3D Forum del novembre scorso, abbiamo avuto la possibilità di scambiare un paio di battute con Marco Mazzaglia di T-Union su quella che secondo lui è l’attuale situazione della game industry italiana.

Ciao Marco, come vedi la scena dei videogiochi in Italia?

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BBC Micro

Dal punto di vista italiano, ritengo ci siano molte idee originali: siamo sicuramente bravi nella parte creativa. L’aspetto su cui è necessario ancora crescere, è la capacità di rendere tutto ciò un business. Riuscire, cioè, a trasformare la propria idea in una fonte di guadagno per l’azienda, favorendo il proprio mantenimento e quello delle persone che ci lavorano. Mi riferisco a quel passaggio che in Inghilterra è stato fatto negli anni ’80. C’è un documentario che si chiama “From Bedrooms to Billions” il quale illustra la carriera e il percorso dei programmatori e delle persone coinvolte nella game industry 8-bit di quegli anni. In Italia siamo un po’ in quella fase, solo che in Inghilterra all’epoca poteva essere più facile, per via della presenza di una cultura del videogioco e dell’informatica un po’ più consapevole. Appena uscì il BBC Micro, ad esempio, i computer vennero adottati a partire dalle scuole elementari. Se pensiamo alla situazione attuale in Italia, ancora adesso è difficile vedere nelle scuole un insegnante adoperare il computer al massimo delle sue potenzialità. La difficoltà poi di fare business, è in parte legata alla difficoltà di valutazione delle proprie idee per quanto buone siano: spesso non si conoscono quali siano i propri competitor, né si conoscono quali dovrebbero essere i veri punti di forza del proprio gioco o il motivo per cui la gente dovrebbe acquistarlo.

Quindi ti riferisci alla mancanza di figure in grado di fornire quelle capacità d’analisi, sociologiche e finanziarie, in grado di sostenere e portare a compimento il progetto?

Sì, sicuramente, perché in generale la media d’età dei team indie è molto giovane e magari non si ha esperienza in ambito economico/finanziario. Purtroppo però quest’aspetto non può essere sottovalutato, perché l’idea deve stare in piedi.

Non sarà che in Italia siamo ancora legati a una mentalità che considera i videogiochi un passatempo da bambini e non uno sbocco imprenditoriale?

C’è certamente un percorso culturale che dev’essere intrapreso sotto questo punto di vista, perché l’associazione gioco-perdita-di-tempo/roba-da-ragazzini esiste ancora nel nostro paese. Il problema è che queste idee e questi luoghi comuni inducono le persone che devono valutare possibili finanziamenti a essere diffidenti. Coloro che chiedono un finanziamento, generalmente, non hanno un passato che garantisca per loro, non hanno ancora un nome e non hanno prodotto titoli di successo. Qui in Italia un indie parte da zero, quindi per dimostrare che il suo prodotto ha delle caratteristiche interessanti, deve produrlo e pubblicarlo di sua iniziativa.

Secondo te stiamo andando verso la giusta direzione? Come facciamo ad abbandonare questa mentalità? 

Secondo me l’unico modo per superarla è costruendo una cultura dal basso. Questo è un po’ l’obiettivo del progetto di T-Union: formare sia le persone degli enti con cui entriamo in contatto come associazione, sia le persone desiderose di entrare nel mondo dei videogiochi indicando una loro possibile opportunità lavorativa. Se continuiamo a pensare che formando le persone si rischia di creare dei potenziali concorrenti, allora in Italia non faremo mai partire questo mercato.

Quindi T-Union come si struttura nel dettaglio?

T-Union è un’associazione culturale che mette in contatto le persone che vogliono “investire” nel mondo dei videogiochi e cioè forma gli studenti e consente ai professionisti che pur non lavorando nel settore vogliono far rientrare parte della propria attività in ambito videoludico. Vi sono, inoltre, all’interno professionisti vicini all’associazione che curano gli incontri formativi mensili e la preparazione degli eventi come la Global Game Jam, la Game Jam preparata con MTV e altri eventi per il pubblico.

Quali sono secondo te le prospettive future dei videogiochi in Italia, alla luce di quanto detto finora?

intervista_Mazzaglia-3Se perdiamo di nuovo il treno adesso, la game industry rischia di non partire più in Italia. Eravamo partiti con Milestone, la quale ha avuto il suo corso ed è diventata una bella struttura consolidata. Ci sono Ubisoft e Ovosonico come realtà affermate. Fortunatamente ci sono anche diversi studi minori che si stanno evolvendo. Per esempio MixedBag, che ha mostrato Futuridium VR per Playstation VR nel booth di Sony all’E3 2015, superando una selezione a livello mondiale, e sarà parte della lineup di lancio della periferica. Quindi, le qualità e le capacità ci sono, non possiamo tirarci indietro: dobbiamo “prendere questo treno”.

Chi vuole può continuare a seguire Marco Mazzaglia attraverso il suo account Twitter.

3D Artist presso lo studio di grafica Segnoprogetto. In particolare si occupa di rigging/animazione e rendering in diversi ambiti, tra cui quello dell'archeologia e della realtà aumentata. Appassionato di videogame gdr, si diletta anche con la versione cartacea (D&D) a cui è estremamente legato.
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